C’eravamo stati varie volte, era lo stesso angolo di paradiso che ci aveva visto insieme un famoso giorno in cui avevamo deciso di unire le nostre vite. Da quel giorno eravamo ritornati, come se avessimo dovuto ripercorrere un itinerario già collaudato e che volevamo ritrovare per quella magia tutta speciale.
La natura si offriva generosa e dall’alto del colle miravamo le maestose scogliere dove i flutti tempestosi s’infrangevano schiumosi, mentre il sibilo del vento autunnale spostava l’ultimi sprazzi della foschia mattutina. Pier Paolo mi afferrò la mano amorevolmente e mi guidò attraverso la stradina acciottolata: gli piaceva essere a contatto con la bianca scogliera per respirare l’aria iodata che gli dilatava i polmoni, ossigenandoli.
“E’ sempre bellissimo!” sussurrò “Si è lontani dalle angustie della vita, dal suo squallore!” soggiunse rammaricato.
Era il mio uomo e lo amavo, ma sapevamo entrambi che quella sarebbe stata l’ultima volta per noi e che la magia di quel luogo non l’avremmo più vissuta.
Tutto era cominciato per un’esigenza, una fottutissima esigenza che aveva steso le sue maglie e stava per chiudere il laccio sulla nostra esistenza. Avremmo potuto fare il grande passo, prendere l’ardire e liberarci dal giogo divenuto pesante, ma non ce la facevano: non eravamo soli al mondo e le minacce si erano affacciate, come un boia dall’accetta affilata.
Ci piaceva quella casa nel borgo antico, era talmente pittoresca con la scala a chiocciola arabescata in ferro battuto, la zona notte al piano superiore, e l’abbaino con la vetrata a cupola. Non possedevamo tutta la somma e un amico fidato ci consigliò uno stimato professionista e perorò la nostra causa: avremmo risarcito la somma in breve tempo, era irrisoria, il benefattore comprensivo avrebbe atteso. Come facemmo a non capire che era tutto uno stratagemma per avvilupparci e per estorcerci altro denaro, la somma crebbe a dismisura, non reggevamo il ritmo. La disperazione fu la nostra compagna ed eravamo costretti a fingere per il benessere dei nostri figli, due adorabili adolescenti in crescita, la cui età è talmente vulnerabile.
Eravamo felici, avevamo realizzato il nostro sogno e con i nostri stipendi d'insegnanti avremmo saldato il debito: ne era valsa la pena, la casa era a nostra immagine e somiglianza. I ragazzi erano entusiasti: avevano i loro spazi, le camere si prestavano a zona-palestra e angolo della musica, risuonavano di voci giovanili quelle mura, è bello permettere ai figli di ricevere tanti amici.
“Il doppio della rata, mi devi!” disse una mattina lo scagnozzo del viscido finanziatore. Ero andata io all’appuntamento. Rimasi annichilita, non mi aspettavo tale richiesta. A nulla valsero le nostre motivazioni e le pretese divennero più pressanti, se non avessimo adempiuto, tutto si sarebbe ritorto contro i nostri amati figli, avevo già ricevuto minacce di morte.
“Dobbiamo farlo, cara.” mi ricordò avvilito Pier Paolo “Non abbiamo via d’uscita. Tutti insieme per sempre!”
Era una domenica mattina, prospettammo una gita fuori porta e docili ed euforici i ragazzi ci seguirono in macchina, sarebbe stato facile, un volo dal cavalcavia, un volo per l’eternità.
“Mamma, il papà di Flavio è stato licenziato, era l’unico a lavorare!” mi confidò mio figlio. Eravamo in auto da poco, era il luogo perfetto per le confidenze, a casa non ci incontra, il tempo libero è assorbito dagli impegni.
“Mi spiace davvero” risposi, conservando ancora un po’ d’attenzione alla realtà. “Come faranno?” soggiunsi.
“Loro sono una famiglia che non si scoraggia, cambieranno città. Non importa, perderò il mio migliore amico, ma ci terremo in contatto!”
Fu quella l’occasione, il guizzo, la forza: la disperazione lasciò il posto alla volontà, alla determinazione. Avremmo lottato, l’avremmo denunciato, avremmo chiesto una protezione, saremmo vissuti momentaneamente in incognita, magari in un luogo fuori dal mondo, avremmo, avremmo… tutto questo avremmo fatto: la vita non si sopprime a chi l’hai donata, la vita non ci appartiene. Guardai il mio uomo e compresi che non l’avevo sostenuto abbastanza, toccava a me prendere una decisione.
“Pier Paolo, accosta l’auto, voglio guidare anch’io!” annunciai con gioia, stavo per donare a tutti la continuità.
La luce filtrava attraverso le imposte, le accarezzò le palpebre pesanti e la indusse ad aprire lentamente gli occhi. Stancamente si voltò dall’altra parte, aveva ancora voglia di dormire: il giorno precedente aveva vissuto una giornata sfibrante e ora era in quella stanza di un anonimo albergo di periferia.
Lara aveva incontrato Mattia e il suo mondo aveva cambiato veste, abbandonando il paltò invernale grigio antracite. Mattia era il non plus ultra dei desideri femminili: era affascinante, colto, galante, affabulatore e… sensuale. “Dio, quanto era sensuale!”, pensò Lara quella sera che lo incontrò a casa di amici in un’occasione particolare. Lara aveva accettato quell’invito per evadere dal suo solito tran-tran nel quale si era rifugiata volutamente, dopo la delusione d’amore, cinque anni di fidanzamento terminati in seguito all’ennesima immotivata scena di gelosia di lui che le soffocava l’esistenza con assurde paranoie.
Mattia monopolizzò la conversazione con la sua parlantina sciolta e accattivante, volgeva lo sguardo a tutti meno che a Lara la quale, anche essendone affascinata, finse un atteggiamento noncurante.
La serata era terminata e ciascuno si diresse alla propria auto per rientrare a casa, la pioggia battente creò qualche disagio: li aveva colti impreparati e ci fu un fuggi-fuggi generale, alcuni avevano le auto distanti.
Lara aveva l’auto nei pressi del portone ed entrò soddisfatta: aveva salvato i capelli acconciati di fresco, la sua bellissima chioma corvina che brillava anche alla luce dei lampioni. L’accensione non andava, due, tre, quattro colpi di chiave, l’auto sbuffava e poi si bloccava.
“Come faccio, ora? Forse dovrei telefonare al soccorso stradale, a quest’ora non c’è nessuno reperibile!” mormorò a fior di labbra, aveva quell’abitudine di proferire le parole a voce come se qualcuno l’ascoltasse.
Un colpo di clacson la distolse dai suoi pensieri e riconobbe il fascinoso che aveva monopolizzato la serata.
Lo vide scendere dalla sua auto e venire verso di lei, mentre si riparava la testa con il bavero della giacca.
“Problemi?” disse lui sorridendole con gli occhi, come per tranquillizzarla.
Nacque così la conoscenza ravvicinata dei due giovani, una conoscenza che divenne una relazione importante per entrambi, così sembrava, e Lara recuperò la sua anima tante volte oltraggiata dai dubbi e dalle incertezze del precedente fidanzato. Vissero giorni divini in simbiosi totale, lui si trasferì da lei e s’incontravano alla sera: i lavori li impegnavano tutto il giorno, ambedue erano fuori di casa. Lara era maestra elementare in una scuola di provincia e con il tempo prolungato era occupata tutto il giorno, mentre Mattia faceva l’agente di commercio, quindi partiva al mattino presto per rientrare verso l’ora di cena. Non c’erano nubi all’orizzonte e facevano già progetti di voler sancire l’unione con il vincolo nuziale.
“Amore, devo parlarti” disse Mattia una domenica mattina, mancava poco alla fine dell’anno scolastico e avevano in mente vacanze speciali, questa sarebbe stata la prima per loro.
“Ti ascolto, se si tratta di quell’itinerario, sono d’accordo, tutto mi va bene se sono con te!”sospirò lei in un soffio a fior di labbra, mentre gli si stringeva sensuale e dolcissima.
“Sono rimasto senza lavoro, è già da tanto, non osavo dirtelo. Questa città mi ha stufato, non ce la faccio più, andiamocene cara, trasferiamoci a Milano, lì c’è un amico che mi ha promesso un lavoro migliore, più tranquillo. Tu potrai chiedere il trasferimento.”
Lara accettò la proposta del suo uomo e si trasferirono, ma del presunto lavoro neanche l’ombra, Mattia si mise alla ricerca di un’occupazione, mentre la ragazza fiduciosa si occupava del nuovo nido con gioia.
“Tesoro, c’è un’interessante proposta – Cercasi coppia con l'incarico di custodi per villa prestigiosa, si richiedono ottime referenze e professionalità – vogliono una coppia, come faccio?” esordì Mattia con l’aria più angelica di questo mondo.
“Vengo anch’io, caro. Siamo o non siamo una coppia?” cantilenò Lara felice.
“Il tuo lavoro di insegnante? Stai per ricevere la nuova destinazione!”
“Rinuncio e ti seguo, tutto per farti felice!”
Furono assunti, Lara si occupava delle pulizie, coadiuvata da altro personale, e Mattia faceva l’aiutante giardiniere. Fu loro assegnata la dependance della maestosa villa, completamente arredata, tutto scorreva per il meglio: il lavoro non era poi così pesante ed avevano una discreta retribuzione al netto di spese.
Lara faceva progetti e non le pesava aver rinunciato alla sua professione, per lei contava l’amore del suo uomo. Mattia era invece insofferente: anche Milano non entrava nelle sue corde, il lavoro era faticoso per lui e poco consono alle sue attitudini.
“Dobbiamo tornare nella nostra città, non resisto più qui, siamo entrambi sprecati!” urlò una mattina “Prepara i bagagli!”
“Che farai? Il lavoro scarseggia!” esclamò Lara non più paziente: la fiducia per lui stava franando.
“Vedrai, sarà diverso, ho sbagliato; nella nostra terra le cose andranno meglio!”
Tornarono a casa e Lara mossa a compassione, si rivolse a sua sorella, perorò la causa di Mattia, chiedendole di cercargli un lavoro: la sorella di Lara era stimata nel suo ambito professionale.
Le nubi parevano dissolte, il rapporto recuperò l’antico vigore, lui lavorava alla sala macchine di un’azienda come controllore e Lara s'impiegò in un supermercato, affrontando turni massacranti che non le pesavano per via del suo carattere pronto a qualunque sacrificio.
Mattia era nuovamente scostante e di pessimo umore, mentre Lara nonostante fosse stanca, quando rientrava, dimenticava tutto e solare e gioiosa cercava il suo uomo per tirarlo su di morale, credendo che avesse avuto problemi sul lavoro.
“Sono allo stremo!” sbottò quella mattina Mattia più scontroso che mai “Mi licenzio! Non posso passare le mie giornate a spegnere ed accendere pulsanti, mi sento un automa!”
“Tu fallo ed io esco da quella porta per sempre!” rammentò Lara.
Mattia si licenziò, ignorando l’avvertimento e quando tornò a casa sarcastico la informò: “Sono libero, finalmente!”
“Anch’io!” urlò Lara e si recò in camera a preparare i suoi bagagli. Era sulla porta, quando fu richiamata da Mattia, lei si voltò: la sua voce la turbava ancora come quella famosa sera.
“Come si accende la lavatrice?” proferì distaccato.
"La ballata di Iza" di Magda Szabò
Una cara amica di rete, Maria - alias - “Dalloway” , raffinata lettrice e scrittrice di post arguti e dotti mi ha consigliato di leggere le opere di Madga Szabò, considerata tra le più importanti scrittrici ungheresi, autrice di romanzi di successo, drammi e raccolte di poesie. Ringrazio Maria per avermi indicato questa scrittrice dalla penna delicata e coinvolgente, alla quale è difficile sottrarsi.
Il libro, scritto nei primi anni sessanta, racconta la storia dell’allontanamento dal proprio luogo d’origine di un’anziana vedova che accetta la proposta di trasferirsi dalla figlia. Si snoda la vicenda di Etelka che la scrittrice chiama vecchia, ecco questo termine ricorre spesso, non un cenno al suo nome che compare verso la fine della vicenda, ma un reiterare “la vecchia”. Comunque tralasciando questo particolare che mi ha colpito, la storia è fruibile dalla prima pagina grazie alla bravura della scrittrice ungherese che in una scorrevolezza espressiva cattura l’interesse del lettore, evidenziando superbamente il lato psicologico dei protagonisti, scandagliando la loro anima in un ritmo incalzante di sensazioni. Ogni personaggio è unico e potrebbe essere il protagonista assoluto.
Il romanzo apre con la vicenda della morte di Vince, giudice destituito per non aver ossequiato il regime e poi riabilitato, padre di Iza, dottoressa molto zelante, appassionata della sua professione alla quale riserva buona parte del suo tempo. Subito entra in scena Etelka, madre di Iza, che ormai rimasta sola subisce lo sradicamento dalla sua casa e dalla sua cittadina ad opera della figlia che le organizza ogni cosa portandola con sé nella capitale ungherese, dove lei svolge la professione di medico.
Etelka si trova così a vivere una non-esistenza, in un mondo estraneo senza stimoli e lontana dai suoi interessi, ma soprattutto obbligata a subire in completa passività un altro stile di vita, non riuscendo a comunicare con sua figlia che si ostina nel suo atteggiamento di incomprensione delle necessità materne.
Etelka troverà la pace quando tornerà per sempre al suo paese per la posa della lapide sepolcrale del marito, nel suo amato borgo sentirà la vicinanza spirituale del coniuge scomparso, come non lo aveva mai sentito a casa di Iza.
Ecco su questo vorrei soffermarmi, una persona anziana può superare un cambiamento così radicale? Può improvvisamente integrarsi in un’altra vita? La vita di una coppia si consolida negli anni a tal punto che, se fosse smembrata in seguito alla morte di uno dei due, sarebbe poi difficile una collocazione adeguata: in vecchiaia gli adattamenti sono più ardui e il più delle volte il sopravvissuto muore subito dopo, ciò che accadrà infatti ad Etelka.
Il libro si intitola la ballata di Iza perché c’è una ballata che Iza non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. A Iza non piace perché non vuole commuoversi: in seguito agli accadimenti del padre giudice integerrimo, si era costruita da bambina una corazza che l’aiutò a superare il periodo difficile, durato ventitré anni; periodo fatto di povertà ed emarginazioni.
La storia è ambientata in Ungheria e ci porta a conoscere la società ungherese post-staliniana in un fluire di descrizioni anche degli ambienti, il tutto affrescato dalla delicata penna di Magda Szabò, una scrittrice profonda e incisiva che fa parlare le pagine del libro, coinvolgendo il lettore sino all’ultima riga.

Come stride questo termine, il solo pronunciarlo fa accapponare la pelle, il poi espletarlo rende uguali alle bestie. Mi soffermo su questo termine: sempre più spesso se ne sente parlare e il raccapriccio mi pervade.
Quante atrocità sono commesse? Quante azioni crudeli e disumane sono perpetrate ai danni di innocenti?
Le vittime del terrorismo – gente comune, civili colti nel momento delle loro abituali quotidianità, lavoratori, studenti, passanti che si trovano nel luogo del misfatto per pura fatalità; persone che non ne sanno nulla delle idee malsane di fanatici amanti del caos i quali si esprimono collocando bombe o facendosi loro stessi bombe umane. Fanatici che non conoscono l’uso della parola e credono di risolvere tutto con la morte procurata.
Le atrocità belliche – massacri di militari, di civili, uomini, donne e bambini, crimini talmente esecrabili compiuti da folli e mercenari che mai avrebbero dovuto avere sembianze umane.
Le atrocità sessuali – donne violentate nel fisico e derubate della loro anima; donne sottomesse ai voleri dell’uomo e costrette a prostituirsi; donne vittime di abusi sessuali e condannate all’esilio e al nascondimento, lontane dal mondo e relegate in una prigione in attesa del loro stupratore.
Le atrocità commesse ai bambini – creature che già alla nascita finiscono nel sacco della spazzatura, creature che crescendo subiscono un trattamento atroce e disumano. Bambini stuprati e assoggettati ai voleri dell’uomo, bambini ceduti in cambio di denaro, bambini uccisi per espiantarne i loro organi; bambini adoperati nel mondo del lavoro come fossero adulti, bambini privati della loro infanzia.
BASTA!
Mi fa troppo male e mi spiace di tediarvi, ma ascoltando la notizia dell’altro giorno di una signora uccisa nella sua casa e privata delle mani, mi son detta: “Perché il macabro è divenuto normale? Sono tutti folli o sono tutti bestie? Che cosa sta accadendo al genere umano? Agli albori della storia l’uomo non aveva affinato le sue qualità intrinseche e si comportava selvaggiamente, poi nel corso dei millenni e via-via fino ai tempi nostri ha dato un valore al rispetto, all’amore reciproco, alla cultura della famiglia, ma nonostante la conoscenza e la sensibilità acquisita, ancora la gente oltrepassa il confine del lecito per sconfinare nel turpe, nell’orrido, nel raccapricciante… l’uomo ancora non controlla l’altra parte del suo cervello, quello istintivo tipico delle bestie, l’uomo non ha ancora un cuore!
Un tempo, quando la tecnologia non aveva fatto il suo ingresso in tutte le case, la giornata era scandita dal lavoro e da un buon libro, chi poteva procurarselo non bramava altro. Il momento più bello era quell’accomodarsi in un cantuccio e immergersi fra le pagine di un libro, dimenticando ogni cosa e navigando sulle onde delle storie vere o romanzate. Era come andare a teatro e prenotare una poltrona in prima fila, ove recitavano gli attori con le fattezze che il lettore immaginava. I libri imperavano e brillavano, tanta gente si nutriva di quelle storie, arricchendo il suo bagaglio culturale.
Immagino i tempi passati e le lanterne o le bugie poste su un ripiano, nella penombra della camera la fioca luce si rifletteva sulle pagine del libro in un silenzio religioso che induceva alla concentrazione. Anche con l’avvento della luce elettrica la suggestiva atmosfera delle camere di lettura continuò ad esercitare la sua malia e chi non poteva acquistare il desiderato libro se lo procurava in biblioteca o da un conoscente meno indigente. Era un passa mano prezioso tanto atteso e sperato, era il momento della rappresentazione che prendeva vita attraverso le pagine del libro.
La gente non aveva denari a sufficienza e scarsa cultura, eppure conosceva le storie di autori classici risonanti, nonostante sapessero solo leggere e scrivere, avendo seguito semplici studi di scuola elementare, si beavano con “Guerra e Pace” di Tolstoj, “I Fratelli Karamàzov” di Dostoevskij, “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen e leggevano anche la “Divina commedia” di Dante e i “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e altro ancora.
Nelle case comuni i libri erano stipati nelle cassapanche che divenivano forzieri pregiati di erudite storie letterarie, poche abitazioni avevano i libri esposti sulle librerie non ancora di dominio pubblico.
Purtroppo la tecnologia fa il suo ingresso e lentamente muove i suoi tentacoli, impossessandosi delle abitazioni dove compaiono televisori bianco e nero, poi soppiantati da apparecchi con schermi a colori sempre più all’avanguardia e super accessoriati. I programmi televisivi partiti in sordina nel corso degli anni riempiono tutto l’arco della giornata, il boom televisivo raggiunge tutti i luoghi.
Stupende librerie arredano le case, ce ne sono di diversi generi, in stile, ultra moderne e funzionali, in bella mostra occhieggiano libri di differenti argomenti, ma giacciono sui ripiani delle mensole come inanimata oggettistica d’arredo, sonnecchiando in attesa d’essere destati. Ora c’è l’istruzione, si polemizza per ogni cosa, si disquisisce, ma “essi” giacciono e attendono che il lettore li consideri e li prenda non per osservarne la copertina e la brossura distrattamente, ma per assaporarli nel contenuto.
Abbiamo un popolo di scrittori, ma di pochi lettori.
La lettura è arricchimento dello spirito, è fantasia, conoscenza, apertura mentale; la lettura è complemento dell’istruzione che inaridirebbe a lungo andare; la lettura stimola, perfeziona, informa. La lettura è una compagna fedele sempre pronta in ogni luogo: un libro occupa poco spazio e non necessita di apparecchiature sofisticate. La lettura ci porta negli spazi aperti donandoci il suo sapere che non ha tempo: il libro non invecchia, ma s'impreziosisce nel corso degli anni, la polvere e il deterioramento non intaccheranno mai la sua essenza imperitura.
“Bea è apparsa come una cometa, un lampo di luce che ha illuminato noi viandanti, un attimo solo, ma ha lasciato dentro di noi il palpitante calore dei suoi versi”.
Ho estrapolato una parte della toccante e stupenda prefazione di Renzo Montagnoli, critico, scrittore e poeta, per parlarvi di una raccolta di poesia che da oggi è nella mia casa e alla quale ho riservato un posto d’onore: un pezzetto del cuore di Beatrice Zanini è finalmente con me.
Bea è apparsa in rete solo due anni fa e pian piano ha conquistato tutti per la sua anima poetica, per la sua delicatezza, per il suo verseggiare profondo dal quale è difficile sottrarsi. Credo che anche coloro che non amino la poesia, leggendo i suoi versi così artistici e sgorganti di verità, di sentimenti e di emozioni, siano catturati dalla sua meravigliosa arte che trapassa il cuore.
Bea ci ha lasciati, ma di lei restano le sue imperiture liriche, perle preziose che Cristina Bove ha raccolto e messe insieme, nella postfazione Cristina dice: “La cosa che di lei ricorderò sempre con amore è la grandezza della sua mente, la sua capacità di comprendere ogni aspetto dell’esistenza umana. Non ho mai conosciuto un’altra persona che avesse così amato il linguaggio poetico, che ne fosse così ispirata perfino nelle ore più angosciose del suo spegnersi”
Bea era ammalata gravemente, soffriva le pene e sapeva che la mietitrice l’attendeva, nonostante ciò ha vissuto dedicandosi intensamente alla poesia, anzi nella malattia la poesia l’ha aiutata a renderla poeta come poche. Nella malattia aveva una parola di gratitudine per tutti e verso la fine del suo percorso in terra, nel suo blog che curava con amore, ha dedicato ai suoi amici una poesia il cui titolo spiega il suo meraviglioso modo d’essere.
La poesia si intitola: “Dall’A alla Z… l’alfabeto dei poeti”
Tu che mi segui fitto fitto
in trama di parole e versi
tu che ti affacci e basta
un sorriso : - )
Tu amico di penna
inchiostro e di sventura
mi tieni fermo il margine
chè non esca poi di troppo
il mio dolore
e mi parli
e ti parlo
senza vergogna di mostrare
le nostre nudità evidenti
sulla schermata
si sfiorano i palpiti
si incontrano le parole
si penetrano i pensieri
si incarnano le immagini.
La vita in fondo
è anche geometria di voci
un cerchio diseguale
l’imperfetto movimento
che aggrega le distanze
qui
sul nascere
è poesia d’abbraccio.
Questa è una delle sue meravigliose e toccanti poesie pubblicata nella raccolta “Tracce d’infinito” dalla Casa Editrice Il Foglio.
QUI il blog di Beatrice
Raccogliere i cocci della propria esistenza e riprendere il cammino che sembrava interrotto.
Impervie strade costellano la vita, anche quando tutto sembra scorrere felicemente, gli accadimenti improvvisi e insperati rendono il percorso accidentato e difficoltoso, se la volontà è annientata il passo nell’abisso è breve, e tutto sembra non avere una via d’uscita. Si può avere la forza di rialzarsi, di combattere e di aggrapparsi a un natante di salvataggio per non farsi risucchiare nel gorgo? Si può tornare alla vita?
Edmondo era giunto al capolinea, la disillusione lo aveva schiacciato ed era sprofondato nel tunnel senza uscita. La sua ilarità e sfrontatezza erano fantasmi di un passato che pareva lontano: la persona di prima non c’era più, ora il suo aspetto era profondamente mutato. Il disinteresse alla vita lo portò ad assumere atteggiamenti che solo qualche tempo prima avrebbe detestato. Non curava più la sua immagine, e trascorreva i giorni in completo abbandono con lo sguardo perso nel vuoto allontanando gli interessi vari, la precedente vita non gli apparteneva e a nulla valevano gli stimoli familiari e degli amici del cuore. Dov’era la sua meravigliosa ironia tanto accattivante, il suo porsi scherzoso e mai banale, il suo amore per l’esistenza? Dov’erano la sua bellezza e la sua adorata mascolinità fiore all’occhiello nei suoi rapporti umani?
Tutto era cominciato per gioco, poi era divenuto un rapporto importante, diverso dagli altri, promesse e proposte non cercate, vane illusioni che non credeva tali: erano tante le certezze di una storia d’amore importante che avrebbe avuto un seguito speciale, un sigillo per la vita. La disperazione viveva in lui dopo le aspettative vanificate senza una ragione, ma per puro capriccio di una lei fiera di usare le anime come abiti di tendenza, il crollo interiore lo fece precipitare in un abisso che lo risucchiava in un vortice profondo. Gli amici e parenti temevano per lui e fingevano il contrario con grande dolore e partecipazione. Edmondo non fu lasciato da solo a combattere la battaglia contro la sua anima vilipesa, nonostante fosse sordo ai richiami, non cessarono mai gli amorevoli soccorsi in uno sprone delicato e comprensivo.
Poi… ci fu la “luce”. Spuntò un’alba lieve che crebbe sino a divenire un orizzonte dai toni cangianti con sfumature cremisi. Una luce di salvataggio apparsa tra fragorosi flutti, una zattera amorevole sulla quale egli fu raccolto, per farsi condurre al porto. La luce aveva un nome, semplice ma importante, quella luce accese il cuore di Edmondo restituendogli la dignità che aveva sepolto e annullato. Egli tornò a credere in se stesso, si riappropriò della sua vita, fece progetti, guardò avanti.
L’essere umano vive della sua anima, se quest’ultima sarà schiacciata dall’indifferenza e insensibilità, se sarà strizzata e gettata in mare alla deriva, troverà l’approdo solo con la solidarietà e amore: l’anima si ciba di pasti spirituali e non di luculliani banchetti frutto di un edonismo evanescente.
Mi soffermo su questo interrogativo e comincio a trarre le mie conclusioni personali, che ovviamente non collimeranno con le vostre, ma questo è il bello anche della libertà di pensiero. Siamo veramente liberi anche in questa libertà? Credo che in un paese come il nostro ancora esista, certamente non si dovrebbe trascendere nello scambio intellettivo osceno o nel plagio degli animi, nel fomentare le folli trasmettendo distruttivi ideali. Forse mi sto allontanando dalla domanda iniziale, cerco d’introdurre il discorso e ipotizzando che almeno siamo liberi nel confronto delle opinioni che quantunque siano in disaccordo sono sempre positive, vuol dire crescere e tentare una via al miglioramento, anche se tanti nella loro chiusura mentale pensano di essere arrivati al top della loro conoscenza.
Dunque, facciamo un passo indietro e chiediamoci: “La libertà è solitudine?” Ecco partendo dal presupposto che l’uomo agogna la sospirata libertà in tutte le sue forme, se volesse essere totalmente libero dovrebbe rifiutare tutte le burocrazie, le leggi della sua terra e fare armi e bagagli e trasferirsi in un’isola deserta, niente leggi, niente canoni imposti e vita spartana. Ma anche in quel caso non sarebbe totalmente libero, andrebbe incontro alle avversità del luogo, dovrebbe combattere contro la precarietà: mancando le istituzioni, sarebbe esposto ad una vita che non gli garantisce le certezze del progresso e della tecnologia che per quanto ci infastidiscano, ci concedono quei vantaggi che fanno parte del nostro vissuto al quale ci siamo abituati per gradi. Allora, mancando i benefici del vivere odierno, saremmo esposti alle insidie della natura, ma voi direste: “Figuriamoci quelle insidie le troviamo anche in casa nostra. Arriva un alluvione e le case si coprono di fango, arriva una calamità e le case si sgretolano come biscotti friabili, giunge lo sconosciuto male intenzionato e ci sopprime o ci toglie ciò per il quale abbiamo lottato!” Certamente ma… tutto questo potrebbe capitarci anche nel luogo sperduto ed in più dovremmo combattere contro gli assalti di altre forze della natura e sarebbe una lotta continua per la sopravvivenza.
Comunque esiste una libertà diversa dal concetto poc’anzi espresso, quella è un’indipendenza dalla propria società, un allontanamento radicale che stravolge la propria vita, parliamo invece della libertà di coltivare le passioni, di compattarsi a tal punto con esse da rinnegare tutte le forme del vivere quotidiano. Il pittore trasferisce le sue emozioni sulla tela, più sarà solo con se stesso e maggiore sarà il risultato della sua opera. Che dire dei musicisti, la loro arte richiede ore e ore di esercizio perseverante, sfibrante, tanto più rinnegheranno i contatti sociali, maggiore sarà il risultato, quindi sono liberi di coltivare la loro passione se vivono in solitudine. Poi ci sono gli scrittori e i poeti, anch’essi sono liberi quanto più sono soli, solo così potranno realizzare le loro opere: appartati dalla società cercheranno le idee, le smusseranno, le abbelliranno, le plasmeranno in completa solitudine, senza sollecitazione esterne, questo è il prezzo della libertà.
Nella prima parte ho affrontato la libertà dal punto di vista di conquista personale: chi la cerca è alieno dalla società; ma nella seconda parte ho evidenziato gli aspetti della libertà in sinapsi con l’inclinazione, chi la esercita è fondamentalmente solo: il suo orizzonte vive sulle note del pentagramma, sulle tele affrescate da pennellate parlanti e sulle pagine bianche palpitanti di comunicanti parole, in quanto attraverso la sua introversione troverà il guizzo creativo, poi amato e condiviso.
Quanti delitti accadono all’interno delle mura domestiche? Quante atrocità macchiano le pareti di una casa sorta per accogliere, per proteggere, per dare un tetto e una vita sicura? Il nido rifugio si trasforma in un teatro “grand-guignol” ove raccapriccianti, macabri, terrificanti rappresentazioni evolvono in delitti degni dei più laidi campi di concentramento. I motivi sono molteplici, ma alla base c’è l’antico sentimento della gelosia che per assurdità rinasce a ogni piè sospinto anche in quest’epoca trasgressiva e in rapida evoluzione. Gente comune che con agghiacciante determinazione diviene Killer di professione. Fatti macchiati di sangue domestico fanno parte ormai della cronaca nera e lo sconcerto interroga grandi psicologi, studiosi, famiglie intere. Come possono una madre, un padre, un figlio sopprimere la stessa carne ferocemente? Come possono trasformarsi in belve umane? La gelosia non è solamente un sentimento dettato dall’amore fra la coppia, ma nasce anche all’interno di una famiglia come conflittualità, per cui un figlio può essere geloso dei suoi genitori o sentirsi ignorato e covare sentimenti di ansietà morbosa, mentre la classica gelosia all’interno della coppia cresce nel caso di una separazione, allontanamento o per insicurezza. Persone dal comportamento normale con una vita simile a tante altre che all’improvviso divengono aguzzini spietati, dimostrando una forza fisica e interiore che stravolge qualunque pensiero. I sicari, i mercenari, i professionisti del crimine hanno acquisito tali capacità omicide dopo una preparazione o uno stile di vita formativo in cui i valori umani non sono riconosciuti, ma la gente apparentemente normale come fa ad avere un capovolgimento del genere? Il cervello umano è un mistero e mi angoscia il pensiero che un anonimo vicino o conoscente, nel quale abbiamo riposto le nostre certezze, possa avere una personalità deviata a noi sconosciuta. Massacri domestici avvengono anche per altri motivi, non è sempre la gelosia la causa scatenante, e nel compimento delle azioni efferate vengono brutalmente uccisi innocenti bambini che per un atto sacrificale seguono la vittima designata, in una sorta di epurazione familiare.
E’ bene parlare di questi accadimenti? E’ bene focalizzare l’attenzione con particolari delle macabre scoperte? Secondo il mio modesto parere si ottiene un effetto boomerang: menti fragili non coglieranno il messaggio accusatorio, ma ne resteranno influenzate tanto da voler emulare i terrificanti delitti. Potrebbe sembrare un paradosso, ma come per i bambini è meglio tacere certe storie, così per adulti instabili e disturbati psicologicamente. Meno cronaca nera informativa e più cronaca bianca, quella che non richiama l’interesse. Alimentiamo, quindi, questo interesse: la vita è fatta anche di belle persone che si prodigano e sanno amare, la vita non è solo NERA!
Che sguardo sognante, dolce, felice, pieno di fascino discreto così sobrio, così elegante! Gli occhi della giovane donna hanno un lucore che attrae e abbellisce il volto serico dai lineamenti delicati, quali saranno i suoi pensieri, le sue sensazioni? Io osservo l’immagine e ne sono catturata, le foto in bianco e nero sono così artistiche, hanno una magia intrisa di passato, quel tempo che non mi appartiene per non averlo vissuto, ma che esiste in me e lo sento vivo e ancora presente.
Guardo la misteriosa donna, ragazza: mi sembra giovane, e rivango le narrazioni di quell’epoca che sono giunte a me attraverso le confidenze e, i ricordi della mia mamma , delle care zie, della nonna; come era bello ascoltarle… ora non ci sono più, ma esse tutte vivono in me e guardando questa bellissima foto mi sembra di udirle, quando si faceva conversazione, così piacevole, così familiare.
Durante i momenti tutti miei ove nessuno può entrare, ci sono io con tutte le mie emozioni che hanno formato l’attuale donna che ora sono, ebbene… quando mi prende la nostalgia, mi perdo a ritroso nel tempo in pensieri che mi fanno riappropriare del periodo in cui i miei cari c’erano. Quanto mi mancano! Allora non lo sapevo, c’erano e non mi preoccupavo di far sentire il grande bene che volevo loro, mi spiace, se potessi tornare indietro glielo direi senza riservatezze, ma al tempo la timidezza me lo impediva.
Ecco, tornando alla foto… vedendo la giovane donna mi sembra che la mia cara zia materna si sia materializzata in questa foto: lei, secondo i racconti della mia mamma, amava indossare cappellini all’ultima moda e acconciare i capelli sempre elegantemente, infatti dedicava alla loro cura un lungo e laborioso tempo, che veniva poi vanificato e non apprezzato dalla cara nonna la quale puntualmente le scompigliava i capelli, dicendole: “Meno vanità, pensa ad altro!” Lei, la mia zietta, tornava in camera a ripetere l’acconciatura, era una donna testarda e determinata, non si lasciava intimorire. Da questa foto s’intravedono poco i capelli, ma non posso fare a meno di pensare a mia zia, mi ricorda una sua foto: quell’aria civettuola me la riporta alla memoria. La vita non le riservò molte gioie, sia nel matrimonio, sia nelle sue vicissitudini personali, ma le restò sempre quel modo d’affrontare la vita con fierezza e garbo elitario che non abbandonò anche negli anni a venire, giunse alla veranda età di centodue anni, sempre col sorriso e ricercatezza, frutto di quella vanità giovanile che persisteva sempre in lei.
La ragazza della foto spero abbia avuto un’esistenza simile al suo sguardo e che quel radioso e femminile sorriso sia stato immortalato in un giorno speciale, forse durante il suo viaggio di nozze, o dopo il conseguimento di un brillante successo, le ipotesi sono tante: l’obbiettivo ha saputo coglierla in un momento particolare e l’effetto artistico è indubbiamente ricco di fascino!